Oggi ho letto un articolo interessante in cui si ragionava sulle motivazioni di questi strazianti suicidi per la perdita del lavoro.
Fermo restando che io grazie al cielo non so cosa voglia dire rendersi conto di non poter dar da mangiare ai propri figli, nel mio piccolo ho vissuto male, troppo male la perdita del posto di lavoro.
Se nel mio caso non era tanto un problema economico, perchè tanta fatica ad accettarlo? Perchè tanti mesi per curarsi, perchè non è il male, nè la botta, ma putroppo è il livido?
Secondo me si va oltre alla semplice (quando mai?) questione psicologica: oddio mi hanno scaricata/sono inutile/non servo più/faccio schifo.
Queste implicazioni ci sono e sono reali, gravi; io sono stata davvero assalita dal senso di fallimento, dalla sindrome della scarpa vecchia e ci ho impiegato un sacco di tempo per far pace con me stessa per non essere stata in grado di evitare quell'epilogo, ma il problema va un pochino oltre. Va oltre quello che è successo tra me, minuscola Davidina, e la multinazionale, la Golia Maxi.
Ho provato a pensarci.
Il problema sta nel fatto che al giorno d'oggi, nella nostra società, se non lavori, quasi non esisti.
Il lavoro ha assorbito pian piano sempre più tempo nelle nostre giornate: chi di noi può permettersi un semplice ed obsoleto orario d'ufficio 9-18 senza sforare mai? Chi di noi lavora senza sobbarcarsi ore di spostamenti? Chi di noi non ha mai pranzato al volo con un panino davanti al pc?
Il lavoro ha cambiato faccia: è diventato una continua lotta. Proliferano i lavori "per obiettivi", i target si alzano anno dopo anno, anche in tempo di recessione e le aspettative dei capi sono sempre più alte, anche a fronte di una congiuntura economica sull'orlo del disastro.
Questo comporta stipendi calcolati sugli obiettivi di cui sopra, stipendi che senza risultati sono da fame, quasi mortificanti. E il circolo riparte, il volano si alimenta: si lavora tanto, si lavora di più, per poter raggiungere gli obiettivi e guadagnare decentemente.
La vita diventa lavoro. Non si lavora per vivere, ma si vive per lavorare.
Sì, perchè anche alzando un po' il livello, parlando di persone che ricorprono ruoli di responsabilità, la pressione è tale e tanta che certi papà (anche mamme, in alcuni casi) riescono a vedere i figli solo ne weekend, perchè escono troppo presto la mattina e tornano troppo tardi la sera, perchè fanno lunghe trasferte all'estero o in giro per l'Italia, perchè quando finalmente tornano a casa si chiudono nei loro studi a terminare il report, la mail, il forecast, il sadiocosa.
Gli sgabuzzini scoppiano, pieni di hobbies dimenticati, i cassetti sono pieni di sogni impolverati, passioni represse e interessi accantonati perchè non c'è tempo. Ce n'è solo per il lavoro, che ci riempie, ci spreme, ci ingloba in un blob in cui non riusciamo più a distinguerci da lui. Diventiamo il lavoro.
Ed ecco che perdere il lavoro non è solo un problema economico, è un problema di identità: la giornata si svuota, si sgonfia, il tuo posto nella società non c'è più e tu hai l'impressione di essere spersonalizzato, passatemi questo orribile termine. E non è facile ritrovare se stessi, ve lo dico perchè ci sono passata. Anche se si hanno una casa adorabile, un marito meraviglioso e la figlia più dolce al mondo.
Penso che senza essere un economista si possa capire che questa situazione non può durare in eterno. La corda si spezzerà.
Ma nel frattempo, come facciamo per riprenderci le nostre vite?
07 giugno, 2013
06 giugno, 2013
Go Live
Come vi avevo preannunciato, la barca è giunta in porto.
Questa è la nuova veste del blog, frutto di sere e sere di lavoro e discussioni con Darcy (qualche volta mi sono addormentata mentre lui smanettava, lo confesso).
Spero che vi piaccia. Volevo che fosse ampio, fresco, senza troppi riquadri che mi davano senso di costrizione.
L'immagine ritrare un po' me, che cammino sul filo alla ricerca costante di equilibrio, e un po' mia figlia, perchè quella signorina sembra anche un po' una ballerina.
Se non vi piace, abbiate pazienza. Per ora sarà così, perchè riflette come mi sento dentro. Come sempre, al prossimo cambiamento interiore, cambierà anche il blog: ormai è una prassi!
Questa è la nuova veste del blog, frutto di sere e sere di lavoro e discussioni con Darcy (qualche volta mi sono addormentata mentre lui smanettava, lo confesso).
Spero che vi piaccia. Volevo che fosse ampio, fresco, senza troppi riquadri che mi davano senso di costrizione.
L'immagine ritrare un po' me, che cammino sul filo alla ricerca costante di equilibrio, e un po' mia figlia, perchè quella signorina sembra anche un po' una ballerina.
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